Emigrazione italiana in Brasile

 

emigrazione italiana in Brasile

Emigrazione italiana in Brasile

L’emigrazione italiana in Sudamerica che si sviluppò nel tardo ‘800 e proseguì fino agli anni cinquanta del secolo scorso, si indirizzò principalmente in Argentina, Brasile ed Uruguay e, molto più tardi nel Venezuela.Brasile

Fin dai primi anni del 1800 ci si era resi conto che gli immensi territori americani avevano bisogno di numerosa manodopera a basso costo che potesse sfruttarli adeguatamente.

La maggioranza degli emigranti europei si stabilì in Argentina ma, una quota molto importante si diresse verso il Brasile, allora colonia del Portogallo (fino all’Indipendenza nel 1891).

Il Brasile sviluppò delle Leggi per favorire l’immigrazione dall’Europa contemplando finanche il viaggio gratuito (o comunque da restituire a rate) fino a destinazione con una fornitura di attrezzi e sementi ed un piccolo aiuto economico per impiantare una attività agricola.

Attorno alla metà dell’800, l’economia del Brasile si andava trasformando con la sostituzione della canna da zucchero degli Stati del Nord Nordest del Paese e degli allevamenti del bestiame, con quella molto più remunerativa della coltivazione del caffè.

Purtroppo questa coltura era bisognosa di molta manodopera per il disboscamento di vaste aree forestali, lavoro fin qui svolto dai numerosi schiavi neri importati dall’Africa dall’inizio del secolo ma ormai affrancati dalla legge del 13 maggio 1888 a cui il Brasile arrivò con molto ritardo rispetto alle altre Nazioni.

Questi ormai ex-schiavi tuttavia continuarono per molti anni ad affiancare i nuovi coloni europei nei lavori umili e faticosi necessari nei latifondi adibiti a coltura delle piante di caffè.

Per questi motivi, quello di cui i grandi latifondisti avevano bisogno non erano coloni indipendenti ma dei braccianti salariati da affiancare e sostituire ai lavoratori neri, ovviamente a bassissimo costo.

Le Leggi migratorie

Così, una Legge come la N.514 varata nel 1848 con cui il Brasile favoriva l’immigrazione dall’Europa, venne poi corretta in peggio dalla successiva Legge N.601 del 1850, nella quale si stabiliva che gli appezzamenti di terreno demaniale non venivano più donati ai nuovi emigranti ma dovevano essere acquistati da essi.

Ovviamente con questo provvedimento, lo scopo non tanto recondito dei latifondisti, era legare a sé i nuovi venuti che difficilmente avrebbero potuto accumulare denaro a sufficienza per acquistare i terreni se non dopo numerosi anni di lavoro bracciantile.

Oltretutto i nuovi coloni avrebbero dovuto acquistare quello di cui avevano bisogno, presso gli spacci della Fazenda, a prezzi maggiorati.

Fortunatamente alcuni Stati brasiliani (il Brasile è una Repubblica Federale fin dal 1889)continuarono nella politica di donare i lotti demaniali agli immigrati.

Nel frattempo le notizie sul terribile sfruttamento a cui venivano sottoposti gli emigrati europei spinsero i maggiori Stati europei a varare delle Leggi che proibirono o comunque scoraggiarono grandemente l’emigrazione in Sudamerica.Visualizza immagine di origine

A questi Stati europei, buon ultima si adeguò anche l’Italia con il decreto Prunetti del 1902 che cercava di ostacolare le ingannevoli promesse degli Agenti rappresentanti degli Stati Esteri, minacciando  la sospensione dei viaggi della speranza.

Nel frattempo (fine ‘800) gli Italiani emigrati in Brasile avevano raggiunto la ragguardevole cifra di un milione di individui circa provenienti in massima parte dal nordest dell’Italia con, a seguire la Campania, la Calabria e, via via, le altre regioni.

A San Paulo la concentrazione di popolazione di origine italiana fu molto elevata, ma, come nel resto del Brasile, essa non riuscì a lasciare un’impronta particolare di italianità come invece era successo in Argentina dove essa aveva permeato la cultura, l’economia e gli usi della vita quotidiana.

L’Emigrazione italiana in Sudamerica fu un fenomeno di massa, con una vasta parte di popolazione spinta dalla necessità di sfuggire alla miseria endemica di uno Stato ormai dissanguato dalle spese affrontate per la Conquista del Sud e la lotta protratta al Brigantaggio e le spese per la ricostruzione dell’apparato statale nell’ex Regno delle Due Sicilie.

La vita in Brasile

Gli immigrati, appena sbarcati dopo un lungo e disagevole viaggio, venivano alloggiati in alcune strutture (Hospedaria) dove venivano accolti e visitati prima dell’avvio verso le loro destinazioni definitive.

Hospedaria de Imigrantes

Hospedaria de Imigrantes di San Paolo del Brasile

L’Hospedaria de Imigrantes di S Paolo del Brasile, rappresentò la più grande porta d’ingresso per il Brasile allo stesso modo come avveniva in quegli anni per Ellis Island per gli Stati Uniti d’America e l’Hotel de Inmigrantes per l’Argentina.

In questo luogo come in altri simili nelle località portuali del Brasile, gli emigranti e le loro famiglie venivano alloggiati per qualche giorno per l’esame dei loro documenti e come tappa intermedia per l’inoltro ai campi di coltivazione del caffè.

In molti casi queste strutture venivano usate dai fazendeiros come camere di contrattazione, dove venivano letteralmente scelti gli individui da avviare al lavoro come ad un mercato di schiavi.

L’Hospedaria de Imigrantes di San Paolo del Brasile venne inaugurato nel 1888 e rimase in funzione fino al 1978.

Essa ora ospita un Museo dell’Immigrazione dello stato di San Paolo del Brasile e della la storia del caffè e contiene importanti archivi che testimoniano l’attività svolta in 90 anni di storia. Vi si svolgono mostre e convegni sull’argomento ed è possibile fare ricerche in rete sulle liste di sbarco delle navi dall’Europa: www.inci.org.br/acervodigital/livros.php

Tutte queste strutture hanno un archivio documentale e fotografico di grande importanza per una storia dell’emigrazione in Brasile ed è a buon punto una loro catalogazione e digitalizzazione necessaria premessa per consentire una loro fruizione sulla rete Internet.

A San Paolo del Brasile, tramite il porto di Santos collegato tramite una ferrovia, arrivavano i bastimenti dall’Europa carichi di emigranti e ripartivano per l’Europa carichi di sacchi di caffè in un’impresa molto redditizia per le Compagnie di Navigazione dell’epoca.

Gli Hospedaria, voluti e finanziati dai latifondisti erano funzionali alle loro necessità e come sopra detto, funzionavano spesso come punto d’incontro della proprietà con i futuri braccianti.

Caffè del Brasile

Pianta di caffè

I coloni italiani in Brasile si stabilirono nella maggior parte negli Stati del sud (Rio Grande do Sul, Santa Catarina), mentre quelli che andavano a lavorare nelle grandi fazendas di piantagioni di caffè del Paese, si stabilirono nella zona di San Paulo del Brasile.

A questi lavoratori venivano assegnate delle abitazioni con un piccolo fazzoletto di terra da adibire ad orto per la loro alimentazione e per poter integrare con le colture da vendere al mercato, i loro magrissimi salari.

I salari erano infatti molto bassi ed in qualche caso anche aleatori visto lo strapotere dei fazenderos tra cui vi erano molti individui senza troppi scrupoli.

La vita nelle piantagioni di caffè era molto dura, ai limiti dell’abbrutimento, tra temperature elevate e concreti pericoli di incontri pericolosi ad opera di serpenti mortali, nella quotidiana attività di disboscamento e pulizia dalle erbe infestanti che assediavano le piantagioni.

Si trattava di rubare incessantemente terreno alle foreste e il metodo più rapido ma non privo di conseguenze per l’habitat era il fuoco.

Con la crisi economica sopravvenuta in Brasile per l’abbandono di vaste aree coltivabili in cui il ciclo riproduttivo del caffè si era ormai esaurito, avvenne una conseguente frammentazione in lotti delle piantagioni dismesse.

A questo punto, la maggioranza dei lavoratori italiani emigrati preferì trasferirsi nelle grandi città dove la vita si presentava più facile e promettente.

In questo modo fiorirono piccole quanto numerose attività di commercio e artigianato e si arrivò al punto che in una grande città come San Paolo del Brasile, la percentuale di abitanti di provenienza italiana arrivò a sfiorare quasi il cinquanta per cento dell’intera popolazione..

Le navi degli Emigranti

La grande spinta dell’emigrazione europea, la feroce concorrenza degli Armatori del Nord Europa e la possibilità di considerevoli guadagni spinsero gli Armatori italiani ad un rapido ammodernamento delle navi a vela dei primi del secolo verso una flotta a propulsione mista che consentiva viaggi oceanici più sicuri e veloci. Si passò ad una durata del viaggio di quasi 70 giorni compresi gli scali intermedi con i clipper con lo scafo in legno a circa 25 giorni con le successive navi in ferro a vapore.

La prima nave italiana con queste caratteristiche ad aprire il servizio commerciale verso il Brasile e Buenos Aires (Argentina) fu la nave Italia dell’armatore Rubattino di Genova.

Seguirono le navi della Compagnia Transatlantica che con una sovvenzione statale italiana mise in acqua quattro navi in ferro con alberatura e velatura completa ed un fumaiolo al centro dello scafo.

Le navi, tutte costruite nei cantieri inglesi, erano il Vittorio Emanuele ed il Conte di Cavour, varate nel 1855 con una velocità di 12 miglia ed il Genova ed il Torino, leggermente più grandi ma con la stessa velocità.

La loro portata in passeggeri era di 48 persone in prima classe, 36 per la seconda classe e 155 per la terza.

Il Genova ed il Torino furono adibite alla linea di Rio de Janeiro (Brasile) e la durata del viaggio da Genova a Rio de Janeiro prevista era di 30 giorni.

Purtroppo gravi disavventure finanziarie della Compagnia Transatlantica, portarono al disarmo a Genova di queste navi moderne mentre proseguivano i viaggi atlantici dei più modesti velieri.

Le condizioni di viaggio degli emigranti italiani non furono delle migliori, specialmente delle persone più povere che non potevano permettersi le cabine di prima o di seconda classe e viaggiavano ammassate in enormi cameroni sottocoperta con tre ordini sovrapposti di cuccette.

Le miserevoli condizioni di vita a bordo di questi diseredati alla ricerca di fortuna vengono sapientemente descritte dal giornalista scrittore Edmondo De Amicis nell’opera “Sull’Oceano” in occasione di un suo viaggio in Argentina per un ciclo di conferenze.

In questo frangente si inserirono molti piccoli armatori con naviglio inadeguato e condizioni pessime di vita a bordo.

Una legge del 1901 pose condizioni più stringenti agli armatori che operavano nel trasporto dei passeggeri disciplinando alcuni aspetti tecnici e migliorando le condizioni del trasporto degli emigranti e introducendo la figura del Regio Commissario di Emigrazione che sorvegliava l’osservanza di queste prescrizioni.

In questi anni molti incidenti navali anche gravi funestarono questi viaggi della speranza mentre in qualche caso delle epidemie, talune mortali, si propagarono tra i viaggiatori anche a causa della promiscuità delle camerate dalle condizioni igieniche precarie ma anche a causa dalla cattiva conservazioni di viveri ed acqua durante il viaggio.

Ci furono epidemie di colera introdotte da germi portati da terra da viaggiatori infetti.

Nel 1884, ad esempio, un epidemia di colera si sviluppò a Napoli ed alcuni emigranti che da lì provenivano si imbarcarono sul Matteo Bruzzi  che da Genova si recava in Argentina e, all’arrivo a Montevideo, aveva a bordo ben 22 emigranti morti ed un centinaio ammalati. Impedita di attraccare, vagò per i mari in cerca di un approdo ma finì per tornarsene in Patria.

Conclusioni

L’Emigrazione italiana in Sudamerica fu un fenomeno di massa, composta da individui spinti dalla necessità di sfuggire alla miseria endemica di uno Stato ormai dissanguato dalle spese affrontate per la Conquista del Sud, la lotta protratta al Brigantaggio e le spese per la ricostruzione dell’apparato statale nell’ex Regno delle Due Sicilie.

Migranti italiani

La storia dell’emigrazione italiana in Brasile è una storia in chiaroscuro: si sfuggiva alla miseria per trovare talvolta altra miseria e sfruttamento. Per fortuna ci furono anche storie a lieto fine con un traguardo di benessere e, in alcuni casi, anche successo.

Successo testimoniato da centinaia di immagini da inviare ai parenti rimasti in patria, di orgogliosi proprietari di attività commerciali di vario tipo fotografati dinanzi alle loro botteghe.

Un’altra cospicua rinnovata emigrazione verso l’America del Sud, questa volta nel Venezuela, si sviluppò nel secondo dopoguerra fino agli anni ’70 del secolo scorso.

Possiamo ben dire che gli Italiani hanno sicuramente scritto una pagina importante nella storia di questo continente.

Comunque, tornando all’emigrazione di fine ‘800, possiamo concludere che all’epoca le rimesse degli emigranti contribuirono grandemente al miglioramento della vita in Patria oltre che all’elevazione delle condizioni di vita degli stessi nelle nuove (e quasi sempre definitive) Patrie d’elezione.

Note

Se qualcuno avesse voglia di approfondire la ricerca di lontani antenati emigrati in Brasile e scoprire così nuovi cugini con i quali allacciare conoscenza può usufruire di molte risorse specifiche in rete e magari leggersi (o rileggersi) il mio post “Cercare i nostri antenati negli archivi dei Mormoni”  o anche il post sulla Genealogia 

Lello

Siti da esplorare:

www.arquivoestado.sp.gov.br

www.arquivonacional.gov.br

www.ciseionline.it (in lingua italiana)

Bibliografia

E. Franzina-Gli Italiani al nuovo mondo- Mondadori

AA.VV.-Storia dell’Emigrazione Italiana- Donzelli

T. Gropallo-Navi a vapore e armamenti italiani-Mursia

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