Porta Maggiore e il Sepolcro di Eurysace

Porta Maggiore

La Porta Maggiore (anticamente Porta Praenestina), si trova nell’omonima piazza, per la precisione separa Piazza di Porta Maggiore da Piazzale Labicano, in una zona conosciuta anticamente come “ad Spem Veterem” in ricordo di un antichissimo Tempio dedicato alla Dea Speranza edificato nel 477 a.C. da Orazio Pulvillo dopo un’importante vittoria sugli Etruschi, contrapposto a quello più moderno edificato nel 260 nel Foro Olitorio.

In questa zona, all’esterno delle Mura Aureliane esisteva anche un grande recinto chiamato Vivarium dove venivano custoditi gli animali selvatici che usati durante gli spettacoli nel vicino Anfiteatro Castrense, costruito da Elagabalo (218-222 d.C.) attiguo al Palazzo Sessoriano.

Un altro vivarium, probabilmente di transito, si trovava nella zona di Castefusano, a poca distanza dalla c.d. Villa di Plinio, in quanto gli animali trasportati dall’Africa ai Porti Imperiali venivano poi condotti in questa località, attraverso la Via Severiana, in attesa di essere portati a Roma.

Data l’abbondanza di acqua in questa zona di Roma, a causa degli acquedotti, tutta una serie di ville suburbane (horti romani) popolarono l’Esquilino , tra cui gli Horti Tauriani che prendevano il nome dal proprietario Tito Statilio Tauro, console del 44 d.C., che venne poi falsamente accusato di stregoneria e costretto a suicidarsi per evitare l’onta del processo pubblico, da Agrippina minore, moglie di Claudio e madre di Nerone, che voleva appropriarsi delle vaste proprietà.

Agrippina minore

Questa era una prassi abbastanza in uso a quei tempi, specialmente se non si aveva o si era perduta la protezione dell’Imperatore in carica, come poi capitò molto tempo dopo (182 d.C.) anche ai fratelli Quintili con Commodo.

Tornando alla nostra Porta, conosciuta come la Porta Praenestina, a partire dal secolo X , essa prese il nome di Porta Maggiore in quanto la strada portava alla Basilica di S.Maria Maggiore.

A Porta Maggiore confluivano, su arcate o in condotto sotterraneo ben otto degli undici Acquedotti Romani provenienti dalla zona di Tivoli (le sorgenti dell’Aniene) e dalla zona dei Colli Albani.,

Gli acquedotti interessati erano l’Acqua Appia, l’Anio Vetus,, l’Acqua Marcia (il cui restauro è ricordato da una grande lapide marmorea posta nel 1923), la Tepula, l’acqua Julia, la Claudia, l’Anio Novus e l’acquedotto Alexandrino, quasi tutti provenienti dalla zona delle Capanelle e i resti di gran parte di questi acquedotti li ritroviamo nel Parco degli Acquedotti, e nel Parco Torre del Fiscale nel quartiere Cinecittà inseriti nel Parco regionale dell’Appia Antica, articoli a cui si rimanda per eventuali ulteriori particolari.

Parco degli Acquedotti

Le notizie che riguardano questi acquedotti (comprese le sorgenti, il percorso, la caratteristica delle acque, la portata, etc.) le troviamo in una fondamentale opera (De aquaeductu urbis Romae) di Sesto Giulio Frontino, scrittore e politico (40-104 d.C.), che fu nominato curator  aquarum  (sovrintendente agli acquedotti) nel 97, sotto l’imperatore Nerva.

Oltre a questi acquedotti, in periodo rinascimentale,venne edificato nel 1587  l’Acquedotto Felice per volere del Papa Sisto V (Felice Peretti), per portare l’acqua ai colli Viminale e Quirinale ma con il fine inconfessato di portare l’acqua alla sua cinquecentesca Villa Montalto-Peretti che si estendeva per gran parte dei due colli (come si vede da un’antica incisione di G.B.Falda)  e comprendeva la zona dove fu poi costruita l’odierna Stazione Termini.

Più anticamente nella zona occupata dalla Villa Montalto c’erano stati gli Horti Lolliani, sede della villa suburbana di Marcus Lollius la nipote del quale Lollia Paulina fu per breve tempo la moglie di Caligola.

I numerosi horti romani presenti in questa zona, erano delle ville suburbane di famiglie aristocratiche romane, sorte in gran quantità dopo il risanamento operato da Mecenate in una estesissima zona di sepolture anche di antichissima epoca che comprendeva tutto l’Esquilino.

Acquedotto Felice e fontana di Sisto V

LL ‘Acquedotto Felice, fu costruito quindi dopo ben 13 secoli e mezzo dall’ultimo acquedotto romano, e allo scopo, vennero usati gli archi degli Acquedotti Marcio e Claudio non più funzionanti dopo l’assedio dei Goti di Vitige nel 537-538 d.C..

L’Acquedotto Felice passa per l’Arco di Porta Furba (Arco di Sisto V) dove venne costruita una fontana monumentale per i viandanti, e prosegue fino a Porta Maggiore aggirandola per entrare in città dalla vicina Porta Tiburtina passando sull’Arco commemorativo di Sisto V, e raggiungere la sua Mostra monumentale e il castellum aquae nella Fontana del Mosè  dell’Arch. Giovanni Fontana a Piazza S.Bernardo (a fianco del Grand Hotel).

Fontana del Mosè

Fontana del Mosè

Porta Maggiore è in pratica  la monumentalizzazione di due acquedotti sovrapposti (Anio Nuovo e Claudio) che in questa zona scavalcavano le vie Prenestina ( che portava all’odierna Palestrina) e la Labicana (corrispondente all’attuale Via Casilina), che provenivano dalla Porta Esquilina (Arco di Gallieno) nella zona dell’odierna Piazza Vittorio Emanuele II.

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Porta Maggiore venne costruita dall’Imperatore Claudio nel 52 d.C., trasformando due fornici dell’acquedotto in due archi monumentali.

Per dare un grande risalto agli archi nel punto in cui scavalcavano le due importanti vie, venne usato il travertino al posto del tufo.

I blocchi di travertino si presentano sbozzati grossolanamente in un bugnato rustico tipico dell’architettura claudiana come vediamo anche nel Porto di Claudio con le c.d. “colonnacce”.

I Porti Imperiali: resti del portico di Claudio con le colonnacce

Resti del Portico di Claudio con le “colonnacce”

Ai lati dei fornici principali ci sono tre archi decorati da grandi edicole con semicolonne corinzie ed il timpano  triangolare.

Sull’alto attico della Porta, sopra il timpano, all’interno del quale  passano gli spechi sovrapposti dei due acquedotti, come si può agevolmente vedere dal lato esterno a destra,  ci sono tre grandi fasce con riportate (da ambo i lati) le scritte celebrative dell’Imperatore Claudio, la più alta, che captò le acque da ottime sorgenti e le portò a Roma.

Le altre due scritte risalgono all’epoca dei Flavi, con Vespasiano, nel 71 d.C. e poi Tito, nel’ 81 d.C. che fecero degli interventi manutentivi.

Recenti lavori di ristrutturazione (1956) hanno riportato la Piazza all’antico livello con la riscoperta degli basolati originali delle due vie e le tracce del muro in mattoni che andava a formare l’antiporta interna per costituire uno spazio di difesa autosufficiente, di cui possiamo ammirare degli esempi anche nella vicina Porta Asinaria , ed anche nella Porta Ostiense, ma di cui si scorgono le tracce anche nella Porta Tiburtina.

Acquedotto Neroniano lungo Via Statilia

Porta Maggiore con l’acquedotto vennero inclusi nelle  Mura Aureliane costruite negli anni 271-275 d.C per garantire una maggiore difesa dagli attacchi dei barbari, alla città ormai allargatasi a dismisura oltre le vecchie e inadeguate Mura Serviane.

L’obiettivo strategico militare era di includere all’interno del perimetro murario tutte quelle costruzioni che con la loro altezza avrebbero potuto consentire agli invasori di approfittarne per trarne un vantaggio offensivo.

Piramide di Caio Cestio

Per questo motivo si inglobarono nel circuito murario alcuni acquedotti (anche per velocizzare la costruzione delle Mura approfittando di strutture esistenti e modificandole ove necessario) tamponandone le arcate, ed anche il Muro Torto, la Piramide di Caio Cestio, l’Anfiteatro Castrense.

Anche le arcate dell’acquedotto Claudio, vennero murate come è facile vedere sul tratto di muro che costeggia la Via Casilina o quello che dalla parte opposta va verso la Porta Tiburtina.

Abbiamo visto che le Mura Aureliane prevedevano la costruzione di alte torri quadrangolari ogni circa 30 m, così da assicurare una vista privilegiata in ogni direzione.

Con la ristrutturazione e manutenzione delle Mura Aureliane sotto gli Imperatori Onorio (384-423) e Arcadio venne costruito su consiglio del comandante delle milizie Flavio Stilicone (come ricorda un’epigrafe, sopravvissuta alla damnatio memoriae, posta sul lato sinistro del Piazzale Labicano) , un nuovo bastione davanti i due archi, con due torrioni in uno dei quali rimase racchiuso un singolare sepolcro trapezoidale noto come Sepolcro di Eurysace.

Porta Maggiore in una incisione dei primi ‘800

Porta Maggiore e Sepolcro di Eurysace in una foto del 1890 circa.          Archivio Fotografico Comunale

Questa fortificazione aggiuntiva a cui si erano addossate nei secoli alcune casette adibite a osterie e locande, come è visibile da alcune fotografie e incisioni d’epoca, fu demolita nel 1838  per motivi difensivi, dal Papa Gregorio XVI, riportando così alla luce il sepolcro.

Antica Villa Wolkonsky inserita nell’Acquedotto Neroniano

Dall’Acquedotto Claudio all’altezza di Porta Maggiore si diramava un nuovo acquedotto che prese il nome di Acquedotto Neroniano (in seguito: Celimontano) che seguiva il percorso dell’antica Via Caelimontana (odierna Via Statilia, Via Domenico Fontana, Piazza S.Giovanni in Laterano e Via di S.Stefano Rotondo) fino a raggiungere la Porta Caelimontana, inserita nelle Mura Serviane.

Arco di Dolabella: Resti dell'Acquedotto Neroniano

Resti dell’Acquedotto Neroniano a via della Navicella

L’Acquedotto Neroniano era stato costruito da Nerone tra  il 54 e il 68 d,C. per alimentare il grandioso ninfeo costruito sui resti del Tempio del Divo Claudio, come propaggine della Domus Aurea. In seguito questo acquedotto fu prolungato da Domiziano per raggiungere i Palazzi Imperiali sul Palatino.

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Un importante tratto di questo acquedotto (ben 38 arcate) sono ancora visibili nel giardino della vicina Villa Wolkonsky all’Esquilino.

La Porta Maggiore era in antichità sede di sepolture come tutto l’Esquilino in massima parte nella zona di Piazza Vittorio e le vie Carlo Alberto e Napoleone III.  A partire dal ‘700 furono scoperti ipogei e colombari di epoca repubblicana ed imperiale come quello dei liberti di Statilio Tauro con oltre 700 loculi e la tomba degli Arruntii. Nel 2006 in occasione di lavori di ristrutturazione di un villino adibito ad albergo in via Giolitti (incrocio con la Piazza di Porta Maggiore) sono stati trovate delle strutture murarie e cinque sepolcri tardo antichi.

Basilica sotterranea di Porta Maggiore

Attraversando il Piazzale Labicano, all’inizio della Via Prenestina c’è un edificio ipogeo sotto il fascio dei binari dei treni che provengono dalla vicina Stazione Termini. Si tratta della Basilica Sotterranea di Porta Maggiore detta anche Neopitagorica. Si tratta di un misterioso edificio di culto risalente alla prima età imperiale e dopo pochi anni abbandonato dagli stessi seguaci e reinterrato. L’edificio fu scoperto casualmente nel 1917 a causa di un cedimento della massicciata dove poggiavano i binari soprastanti.

Le Terme Eleniane

A pochi metri dalla Porta Maggiore in direzione della Basilica di S.Croce in Gerusalemme , precisamente in Via Eleniana (angolo con Via Germano Sommeiller) si trovano i resti delle Terme Eleniane  con le relative cisterne: queste ancora parzialmente visibili dalla strada.

Settimio Severo

Le Terme Eleniane erano un complesso termale che risale a Settimio Severo (inizio III secolo), come dimostra la tecnica costruttiva, alcuni bolli laterizi e una dedica a Giulia Domna (212-217) moglie di Settimio Severo.

Le Terme Eleniane furono costruite in prossimità dell’Acquedotto Neroniano (Celimontano) diramazione dell’Acquedotto Claudio, nella zona degli Horti Variani, così chiamati in quanto possedimenti dell’Imperatore Elagabalo (alla nascita: Sesto Vario Avito Bassiano). Dopo il restauro delle Terme effettuato da Elena, madre di Costantino, dopo un grande e distruttivo incendio, come ricorda un’iscrizione recuperata nel secolo XVI e oggi custodita nei Musei Vaticani, queste presero il nome di Terme Eleniane che erano collegate al Palazzo Sessorio, dimora di Elena ma probabilmente  aperte anche al pubblico.

Elena madre di Costantino

I resti delle Terme Eleniane furono distrutti all’epoca di Sisto V (1585-86), per la costruzione della Strada Felice, un rettilineo che doveva collegare Trinità de’Monti con la Basilica di S.Croce in Gerusalemme, il resto andò distrutto nella costruzione dei caseggiati tra Via Germano Sommeiller e Via di S.Croce in Gerusalemme.

Oggi restano visibili solo una parte delle grandi cisterne che alimentavano le Terme, costituite da dodici camere poste su due file parallele con aperture ad arco. E’ possibile vederne solo otto camere in buono stato e due in rovina, il resto della cisterna è stato sepolto da Via G.Sommeiller.

Durante il Medio Evo venne adattato un ambiente delle Terme non più in uso a Cappella con il nome di: S.Angeli prope S. Crucis in Hierusalem.

I terreni dove insistevano le rovine delle Terme, adibiti a vigne appartennero nel ‘700 alla famiglia Conti con l’ingresso dalla Strada Felice, fino alla fine dell’800 quando seguirono la sorte di gran parte dell’Esquilino, con gli sconvolgimenti edilizi del nuovo piano regolatore umbertino.

Altri resti archeologici

Sulla Via Statilia (a un centinaio di metri da Porta Maggiore, all’incrocio con Via S.Croce in Gerusalemme, sotto le imponenti mura di contenimento della Villa Wolkonsky  , si trovano i Sepolcri Repubblicani di Via Statilia.

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Girando per Via Statilia, dopo pochi metri si incrocia una piccola traversa a destra, Via Passalacqua dove a pochi metri dall’incrocio fu scoperto nel 1929 un piccolo Mitreo e i resti di una strada che furono sepolti per costruirci sopra una palazzina. Il Mitreo , fu scoperto durante gli sterri per la costruzione di un villino ma, purtroppo risultava semidistrutto e violato già in tempi antichi. Durante gli scavi furono messi in luce vari ambienti, mura di fondazioni e parte di una strada romana in basolato, larga 5 metri.

Domus di Aufidia Valentilla

Domus di Aufidia Valentilla

Nella zona che da Porta Maggiore conduce alla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme nel corso del secolo scorso ci sono state importanti scoperte archeologiche. Queste scoperte riguardano in particolare una strada in precedenza sconosciuta ed alcune domus come quella dei Mosaici, e, nell’area adibita a parcheggio del serbatoio Acea di Via Eleniana, la domus di Aufidia Cornelia Valentilla,abitazione lussuosa destinata a dignitari della corte di Elena, annessa con altre due (dei Ritratti e della Fontana) in quella che era la corte del Palazzo Sessorio, che avevano le pareti ad est addossate alle Mura Aureliane, nel lato interno.

Il Sepolcro di Eurysace

Sepolcro di Eurysace

Sepolcro di Eurysace

Si tratta di un sepolcro di forma trapezioidale costruito nel piccolo spazio formato dalla Via Praenestina, la Via Labicana e i due fornici della Porta Maggiore, e pertanto obbligato nella forma e nelle dimensioni. La necessità di costruirlo in quel preciso posto veniva dal desiderio di visibilità per un liberto assurto a vette inimmaginabili ma anche e sopratutto in quanto la sede della attività che lo aveva portato alla ricchezza, si trovava a pochi metri di distanza.

Sepolcro di Eurysace

Il monumento manca della facciata in travertino con l’edicola dove dovevano trovarsi il rilievo con le immagini dei due coniugi, riutilizzata nella torre fatta costruire da Onorio che aveva coperto il monumento: esso si trova ai Musei  Capitolini.

Il Sepolcro di Eurysace, risalente alla fine del periodo repubblicano, era stato costruito da Marco Virgilio Eurysace, un liberto (schiavo liberato), come indica il nome di origine greca, che si era arricchito durante il periodo delle Guerre Civili,  diventando con la sua impresa di panificazione il fornitore ufficiale dell’Annona.

Il monumento che ha attualmente un elevato di circa sette metri ma che probabilmente terminava con un tetto tronco piramidale, si presenta con dei grandi cilindri verticali in travertino (come tutta la struttura superiore che va a coprire una muratura a sacco) disposti a partire da una base quadrata in blocchi di tufo con un’apertura chiusa da una porticina.

Sopra i cilindri c’è una grande superficie con alla base una fascia con le iscrizioni che si ripetono sui tre lati e sopra una serie di aperture cilindriche orizzontali , e sopra una fascia con un fregio che continua sui tre lati che raffigurano tutte fasi della panificazione, dalla pesa del grano (farro), alla macinazione  e setacciatura della farina, la preparazione dell’impasto, dei pani e della loro infornata. Tutte le operazioni sono effettuate da schiavi con la tunica corta, sorvegliati da Eurysace in toga.

Sepolcro di Eurysace: fascia superiore con descrizione della panificazione

I tubi cilindrici in travertino sono analoghi a quelli usati per impastare la farina per fare il pane e, come abbiamo visto, tutta le fasi della lavorazione vengono mostrate nel fregio superiore.

Nella piccola cella alla base del monumento erano contenute le ceneri dei defunti, quelle della moglie Atistia in un recipiente a forma di canestro per il pane, ora conservato al Museo Nazionale Romano.

Il monumento si è conservato in ottime condizioni fino ai nostri giorni proprio in quanto protetto per molti secoli inglobato in un torrione che lo ha preservato da saccheggi e devastazioni.

La scritta sulla fascia alla base della parte superiore del monumento recita: “Est hoc monimentum Marcei Virgilei Eurysacis pistoris, redemtoris, apparet” cioè (questo è il sepolcro di Marco Virgilio Eurysace, panettiere, appaltatore di forniture pubbliche e apparitore). “Apparitore” indicava un ufficiale subalterno di un sacerdote o magistrato.

La carica di “apparitore” durava solitamente un anno ed era retribuita ma nel caso di Eurysace, evidentemente si fece una eccezione.

Lello

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Bibliografia:

F.Coarelli – Guide Archeologiche: Roma – Mondadori 2000

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