Quattro streghe si aggirano per l’Esquilino

Quattro streghe si aggirano per l’Esquilino

Stregonerie

Le Streghe dell’Esquilino

Eccole vagare fameliche, in una notte di luna piena, tra la Basilica di S.Martino ai Monti , via Giovanni Lanza, via dello Statuto, e lungo lo sterminato Campus Esquilinus, ovvero la parte nord di Piazza Vittorio, tra via Carlo Alberto, la Porta Esquilina e via Napoleone III, tra ossa biancheggianti insepolte, carcasse di animali, tumuli e fosse con corpi in decomposizione tra bande di cani randagi in un fetore insopportabile.

Il Campus Esquilinus era il più antico e vasto sepolcreto di Roma, ultima dimora dei più poveri, di quelli che non avevano potuto in vita permettersi di acquistare un loculo per la sepoltura, i ladri e le prostitute, i condannati a morte, discarica di animali, tra i puticoli pieni di corpi lasciati a decomporsi.

Tomba Esquilino
Urna cineraria con coperchio – Esquilino

Sono due orride streghe, la napoletana Canidia e la vecchia Sàgana , che si aggirano tra le tombe del sepolcreto Esquilino alla ricerca di ingredienti per confezionare le loro pozioni magiche.

Il poeta Orazio che abitava da queste parti (negli Horti Maecenatis, dopo la bonifica di Augusto) e le conosceva bene, nelle Satire (Sermones I,8), così ci descrive la tremenda scena: la strega Canidia, scalza, vestita succintamente di nero, con in testa la chioma scompigliata di serpenti attorcigliati, novella gorgone Medusa, ululante insieme alla vecchia Sàgana, ambedue pallide mentre scavano febbrilmente il suolo con le unghie e sbranano con i denti un’ agnella nera, il cui sangue sgocciola in una fossa dove poter evocare gli spiriti maligni e ottenerne dei responsi.

In mano, le due streghe, hanno due statuette, una grande, di lana, l’altra di cera , quest’ultima come rassegnata alla sua prossima morte ad opera di quella di lana.

Nel frattempo, le streghe sotterrano la barba di un lupo e i denti
di una serpe maculata nella fossa irrorata dal sangue dell’agnella. Intanto tra le alte fiamme di un albero di fico muore la statuetta di cera a compiere il sortilegio teso a riacquistare gli amanti perduti.

Testa di Priapo
Testa di Priapo

Un grande e inaspettato peto dell’ albero di fico trasformato nel Dio Priapo, che assiste inorridito alla scena, manda via a gambe levate  Canidia, che mentre scappa, perde la dentiera mentre Sàgana perde la sua parrucca insieme alle erbe e le radici che avevano nel frattempo  raccolto.

Ritroviamo nuovamente le due streghe  Canidia e Sàgana, questa volta (Orazio, Epode 5) in compagnia della riminese Foglia insieme a Veia che scava la fossa, mentre seppelliscono vivo un bambino facendone emergere dalla terra solo il capo, con l’intenzione di farlo morire di fame dinanzi a ogni sorta di cibo prelibato posto fuori dalla sua portata per poter poi ricavare dai suoi organi interni inariditi, dei filtri d’amore.

Nel calderone intanto bollono caprifichi divelti dai sepolcri, uova di rospo viscido sporche di sangue, penne di civetta, erbe che vengono da Iolco (Grecia) o dall’Iberia, patria di veleni, e ossa strappate ai denti di una cagna.

Orazio
Orazio

Le quattro streghe si illudono con queste pozioni magiche di poter riconquistare i loro amanti perduti.

Il povero bambino che le aveva a lungo inutilmente supplicate di liberarlo, a quel punto accettata l’ineluttabilità della sua morte, lancia loro una tremenda maledizione.

Fin qui Orazio, ma streghe , maghi, veleni, sortilegi e maledizioni erano comuni nella vita quotidiana del popolo romano e non si parla solo del popolino.

La pratica delle maledizioni tramite delle tavolette di piombo (defixiones) incise con una punta aguzza e poi arrotolate e introdotte di nascosto nelle tombe di morti recenti, preferibilmente bambini, perché fossero veicolate agli Dei degli Inferi, era molto diffusa all’epoca.

Le invocazioni erano delle più varie, da maledizioni verso un concorrente commerciale, alla richiesta di azzoppare o comunque fermare cavalli della scuderia avversaria, ed altro.

Su queste tavolette mancava del tutto il mittente: non si è mai troppo prudenti!

Numerosi sono stati i ritrovamenti di queste lamine anche in questi ultimi anni, come ad esempio nelle tombe della necropoli di Isola Sacra o nella scoperta della fonte di Anna Perenna.

Famose sono poi le vicende del processo per magia del famoso scrittore Apuleio, autore dell’Asino d’oro , o della schiava gallica Lucusta o Locusta, avvelenatrice seriale, killer a pagamento della Gens Iulia e non solo.

Imperatore Claudio
Imperatore Claudio

A proposito di quest’ultima, sembra che Locusta avesse avuto una parte anche nell’avvelenamento dell’Imperatore Claudio, del figlio di costui Britannico e nel fornire il veleno per il suicidio a Nerone in fuga dagli avversari.

La moda degli avvelenamenti e delle uccisioni a pagamento era talmente diffusa che si sentì il bisogno di varare un decreto da parte di Silla: la Lex Cornelia de sicariis et veneficiis.

Altri tempi, ovviamente!

Lello

Per approfondire:

treccani.it/enciclopedia/defixiones_%28Enciclopedia-Italiana%29/

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